Il tuo gatto non è la tua Anima. E il tuo cane non è il tuo Animus.

Ogni tanto, parlando di animali, succede una cosa curiosa: a forza di cercare significati profondi, finiamo per smettere di parlare dell’animale che abbiamo davanti.

Il gatto diventa simbolo di indipendenza, mistero, femminile, intuizione. Il cane diventa fedeltà, azione, protezione, socialità. Fin qui nulla di strano: gli esseri umani attribuiscono significati simbolici agli animali da parecchio prima che esistessero Instagram e i reel motivazionali.

Il problema comincia quando il simbolo smette di essere una lettura possibile e diventa una spiegazione della relazione: per esempio quando si afferma che il gatto rappresenti l’Anima, il cane l’Animus e che avere difficoltà con una delle due specie significhi, quindi, avere qualcosa da “riequilibrare” dentro di sé.

Anima, Animus e animali: cosa c’entra davvero Jung?

Carl Gustav Jung ha effettivamente elaborato i concetti di Anima e Animus all’interno della psicologia analitica. Nella formulazione classica, l’Anima indica la componente femminile inconscia nell’uomo, mentre l’Animus quella maschile inconscia nella donna.

Da qui, però, a trasformare il tutto in una specie di legenda universale — gatto uguale Anima, cane uguale Animus — ce ne passa. Il gatto può essere associato simbolicamente al femminile, alla luna, all’autonomia o al mistero, così come il cane può richiamare protezione, collaborazione, appartenenza al gruppo o azione. Sono immagini culturali interessanti, ma restano immagini culturali.

Il salto più grande arriva dopo, quando da queste associazioni si deduce che una difficoltà relazionale con i gatti riveli un problema con il proprio “femminile” oppure che una difficoltà con i cani segnali qualcosa che non funziona nel proprio “maschile”. È una lettura suggestiva, certo, ma non è la stessa cosa che descrivere ciò che sta davvero accadendo nella relazione.

Perché una persona può fare fatica con un gatto?

Il gatto può essere difficile da capire soprattutto per chi è abituato a una comunicazione più esplicita. Molti dei suoi segnali sono piccoli, rapidi e facili da perdere se non si sa dove guardare; così un animale che per qualche minuto ha chiesto distanza può sembrare quello che “all’improvviso” si è stufato ed è andato via, o peggio ha reagito.

Poi c’è la sua autonomia. Un gatto può cercarti e cinque minuti dopo decidere che ne ha abbastanza. Può scegliere di stare vicino senza voler essere toccato, può preferire osservare da qualche metro di distanza e può sottrarsi all’interazione senza sentirsi particolarmente in colpa per aver rovinato i nostri piani. Per una persona che si aspetta una relazione molto disponibile, prevedibile o controllabile, tutto questo può risultare frustrante.

Non serve tirare in ballo l’archetipo del femminile per trovare qualcosa di interessante in tutto questo. Basta osservare cosa succede quando incontriamo un individuo molto sensibile ai confini, poco disposto a farsi gestire e perfettamente capace di dire “no, grazie” senza accompagnare il messaggio con una presentazione PowerPoint.

E perché qualcuno può non trovarsi affatto con i cani?

Con il cane le difficoltà possono essere quasi opposte. La sua presenza tende a coinvolgerci molto: cerca relazione, propone interazioni, ci segue, ci chiede cose, occupa spazio fisico ed emotivo e, in molti casi, dipende concretamente da noi per gran parte della propria giornata.

Per qualcuno questa vicinanza è meravigliosa; per qualcun altro può sembrare eccessiva. Un cane che vuole partecipare, che manifesta apertamente eccitazione, frustrazione o desiderio di contatto e che richiede una certa continuità nella relazione può essere percepito come troppo invadente, troppo dipendente o semplicemente troppo presente.

Anche qui possiamo farci delle domande molto interessanti sulla persona e sul suo modo di stare in relazione, ma non perché il cane abbia magicamente portato a galla l’Animus. Semplicemente, una specie che vive e comunica in un certo modo può metterci davanti ad aspetti della relazione con cui siamo più o meno a nostro agio.

Quindi gli animali non ci dicono niente di noi?

Al contrario, una relazione con un’altra specie può dirci parecchio di noi, proprio perché ci costringe a uscire dai nostri automatismi. Possiamo accorgerci di quanto tolleriamo che l’altro interrompa un’interazione, di quanto abbiamo bisogno di prevederlo, di quanto facilmente interpretiamo i suoi comportamenti in base alle nostre aspettative e di quanto siamo disposti a cambiare modo di comunicare quando quello che usiamo abitualmente non funziona.

Questa parte, secondo me, è molto più interessante del tentativo di infilare ogni difficoltà dentro un archetipo. Non perché sia meno profonda, ma perché parte da qualcosa che possiamo davvero osservare: due individui che provano a capirsi pur appartenendo a specie diverse.

Il rischio dello “specchio”

Dire che gli animali sono il nostro specchio sembra quasi sempre una bella cosa. Il problema è che, se tutto ciò che fanno serve principalmente a raccontare qualcosa di noi, rischiamo di farli sparire proprio mentre diciamo di volerli comprendere.

Il gatto che si allontana non deve necessariamente rappresentare la nostra paura dell’abbandono: magari vuole semplicemente smettere di essere accarezzato. Il cane che non riesce a stare fermo non sta per forza assorbendo la nostra ansia: potrebbe essere eccitato, frustrato, stanco, sovrastimolato oppure trovarsi in un contesto che per lui è difficile.

Prima di chiederci cosa un comportamento rappresenti per noi, vale quindi la pena capire cosa sta succedendo per lui: cosa stava facendo, cosa è successo prima, quali segnali ha dato, come abbiamo risposto e cosa cambia dopo la nostra risposta. In altre parole, prima dell’interpretazione viene l’osservazione.

Possiamo tenere il simbolo. Basta non perdere l’individuo.

Non c’è niente di male nel trovare affascinante una lettura simbolica. Possiamo vedere nel gatto qualcosa che per noi parla di indipendenza e nel cane qualcosa che richiama collaborazione, presenza o appartenenza. I simboli fanno parte del nostro modo di raccontare il mondo e possono anche diventare uno strumento interessante per riflettere su di noi.

L’importante è ricordare chi sta costruendo quel significato. Il simbolo lo costruiamo noi; il cane e il gatto, invece, esistono anche fuori dalla nostra interpretazione, con una storia, motivazioni, preferenze, limiti e modi di comunicare che non hanno bisogno di rappresentare qualcos’altro per essere interessanti.

Forse, allora, invece di chiederci subito “che cosa rappresenta questo animale per me?”, possiamo aggiungere una seconda domanda: “che cosa mi sta comunicando?”

Perché il simbolo può essere interessante, ma prima viene l’individuo. E, come sempre, guardare non è osservare.